Peak & Weak

Suggestioni primaverili

di Valerio Restivo 14 aprile 2014Commenti

Peak

TODD TERJE – IT’S ALBUM TIMEtoddterjecover
(Olsen)
It’s Album Time. Era ora e Terje Olsen, dj e producer norvegese, meglio conosciuto come Todd Terje lo aveva capito. Ce ne ha messo di tempo e finalmente dopo ben dieci anni dall’esordio con il singolo Eurodans, svariati re-edit e collaborazioni di ogni tipo -specie quelle con l’amico e punta di diamante dell’electro fiorda Lindstrøm– si è deciso anche lui a tracciare con un pennarello indelebile il proprio nome (speriamo quello definitivo considerato che Chuck Norris, Pittbullterje, Tangoterje e Wade Nichols sono tutti pseudonimi che il nostro ha usato nella suo breve percorso fino ad oggi) nel panorama musicale contemporaneo. Pochi giorni fa, infatti, ha messo alla luce il suo primo LP It’s Album Time, titolo che fa riferimento all’espressione inglese “It’s about time” che gioca ironicamente col decennio che Olsen ha impiegato per dare una forma a tutto ciò che ha lasciato incompiuto. Basterebbe ascoltare il disco – e perchè no- basterebbe semplicemnte guardare qualche sua foto per capire che ironia e scompostezza sono le due chiavi di lettura attraverso le quali osservare questo curioso trentaduenne baffuto.
L’album, in cui protagonista principale è la sua Arp 2600, attraverso cui Terje si sbizzarrisce variando dalla balearic house alla disco- funky a seconda dell’umore e dall’atmosfera che vuole ricreare, non è solamente un disco di elettronica, in esso, a parte tanta sperimentazione, confluiscono influssi diversi che spaziano dal rock, al funk, al jazz ruotando attorno a un nucleo di denso pop che rende il disco colorato, frizzante, estivo. Una bomba che riporta ai b-movie anni ’70 (Preben goes to Acapulco) ad atmosfere spaziali per le quali diventa impossibile restare immobili (Delorean Dynamite) fino alla fusione di tratti del passato e del presente sapientemente messi assieme (Inspector Norse).
Perla di It’s Album Time, a parte la romanticissima ballata Johnny and Mary, cover del pezzo di Robert Palmer e unico pezzo cantato, per il quale Terje si è avvalso della preziosissima collaborazione di Brian Ferry è Oh Joy, un crescendo di cosmic sounds dove l’elettronica diventa assieme poesia e viaggio, esempio lampante di come il suono di Terje Olsen conduca in un’altra dimensione.
It’s Album Time. It’s Terje Time. Un viaggio verso l’estate.

Weak

POEMSS – POEMSSPoemss+cover
(Planet Mu Records)
Il disco nasce dall’omonimo progetto che vede la collaborazione tra Joanne Pollok e Aaron Funk aka Venetian Snares, compositore e musicista canadese, amante della sperimentazione -quella veramente complicata- caratterizzata da sonorità a volte elaborate e a volte aggressive.
Per andare al sodo, pur esercitando grande influenza sulla struttura del lavoro, volendo valutare in particolare la cura dei tempi e delle dinamiche del tutto intriganti di ogni singolo brano, il risultato pecca di eccessivo protagonismo, legittimo, da un lato, se si considera il background di riferimento della coppia ma fine a se stesso, dall’altro, dato che ne mette in risalto l’ego della coppia fino a diventare figlio della sintonia di due persone e nient’altro.
Nell’astrattismo più totale c’è il sentore che l’ambientazione dei Poemss faccia parte di uno scenario onirico a tratti infantile, dove la passione comune per la narrazione letteraria però non regge il gap con l’uso forse un po’ eccessivo di synth acidi e strumentazioni classiche. Insomma, muovendosi tra atmosfere ricercate di Ancient Pony, brano che apre il disco, a Head On Heads, scialbo pezzo new wave un po’Pet Shop Boys, questo duo ha tentato di fare del proprio lavoro tutto e niente.
I meriti di poca incisività andrebbero addebitati anche alla pesante -per non dire inascoltabile- voce di Aaron Funk che toglie spazio al timbro, al contrario, puro ed elegante di Joanne Pollock che, in un brano come Moviescapes e Hall Of Fame, va a nozze.
In ogni caso, anche se quanto detto finora probabilmente lascerà gli interessati ben lontano dall’ascoltare il disco, il vero problema non è costituito tanto dall’insieme sonoro quanto più dalla mancanza di una carenza compositiva di fondo che non viene risollevata neanche dalla tanta sperimentazione di cui questo lavoro viene eccessivamente abbellito. Inutile, inoltre, soffermarsi singolarmente sui brani, indistinguibili tessere di un puzzle dalle incorreggibili malformazioni per il quale l’aggettivo fallimentare risulterebbe quasi un mezzo complimento.

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