Attack/Release

Torno subito, sono al Medimex

di Fabio Rizzo 9 dicembre 2013Commenti

Un’orda di ragazzine impazzite assalta l’aeroporto di Bari Palese, qualcuna riesce addirittura ad accedere all’area riservata degli imbarchi. Marco Mengoni si rifugia in un sottoscala vicino al nostro imbarco, ha il cappuccio in testa, una ragazzina gli urla in faccia qualcosa di ossessivo e piange, lui è visibilmente turbato, non vorrebbe essere lì. Neanch’io in effetti, tutto questo mette a repentaglio il mio volo di rientro e io mi chiedo perché, perché il bellissimo Marco doveva essere proprio sul mio volo.

Nonostante le mie migliori intenzioni questa tre giorni al Medimex finisce così, in qualche modo però ho raggiunto casa sano e salvo e ora posso scrivere qualcosa al riguardo.

 

Mediterranean Music Expo.

Il Medimex è l’unica fiera internazionale della musica in Italia, organizzata da Puglia Sounds e giunta alla terza edizione.

Il pass-operatore costa poco (61 euro per 3 giorni), un volo low-cost collega miracolosamente le due città del meridione che ci interessano e poi come accomodation è facile trovare un b&b comodo ed economico, che ormai in Puglia sono più dei bar.

 

Date le condizioni favorevoli, con un mese di anticipo io e Oriana Guarino (che rappresenta la parte più pragmatica della nostra piccolissima etichetta discografica) avevamo potuto programmare di spegnere le macchine dello studio e volare in questo primo weekend di dicembre a Bari per poter incontrare di persona operatori internazionali, organizzatori di festival, fabbriche di vinili, distributori, uffici stampa, agenzie di ogni tipo e dulcis in fundo quel che rimane oggi della discografia major.

 

La mattina dell’inaugurazione raggiungiamo l’avveniristico padiglione della Fiera del Levante in cui si svolge più o meno tutto il Medimex e sul quale campeggia la scritta “La musica è lavoro”: una bella sorpresa nel Paese del “sì, la musica è bella, ma di lavoro che fai?”. Lo spazio di 8000mq è organizzato abbastanza bene, con i classici stand, una serie di aree per i meeting, delle cosiddette hall per i dibattiti più importanti e infine i palchi per gli showcase.

 

I “Face to face(s)”.

Il nostro tipo di pass ci dà diritto ad una serie di sessioni a tema e seminari, ma soprattutto ad uno strumento particolarmente importante: il face-to-face. Potevamo scegliere fino a dieci incontri personali da una lista piuttosto ampia di operatori di tutto il mondo. Nei dieci minuti a disposizione con ognuno di loro abbiamo potuto discutere degli artisti con cui lavoriamo e proporli per i festival. Loro, sempre disponibilissimi, ci hanno spiegato come funzionano le realtà per cui lavorano, i criteri di selezione e cosa li colpisce artisticamente di un determinato progetto.

 

Ci ritroviamo così al tavolo con i responsabili di festival come l’Eurosonic in Olanda, la Berlin Music Week, il South by Southwest SXSW di Austin, la Canadian Music Week, il Glimps Festival in Belgio e da tutti otteniamo informazioni importanti nonché feedback sui nostri progetti. Il meccanismo funziona bene, capiamo già nella prima ora di fiera che vale la pena essere lì.

 

“La nostra percezione dell’Italia è quella di un mercato del tutto isolato”: così risponde Stacey, la responsabile del South by Southwest SXSW Festival, ad una nostra domanda specifica. Nonostante questo però la sua organizzazione sta cercando di tessere un network più forte anche qui, come già è riuscita a fare nel resto dell’Europa.

 

Gli stand.

Finita la serie di face-to-face facciamo un primo giro degli stand dove c’è un po’ di tutto. Ci fermiamo allo stand dell’Audiocoop, che negli anni scorsi ha organizzato il MEI di Faenza, e scopriamo che c’è una procedura per recuperare dei fondi Siae dalle nostre pubblicazioni degli anni scorsi, fino al 2011. Quel tipo di informazioni un po’ nascoste e molto tecniche per cui è utile a un certo punto trovarsi ad uno stand col presidente di Audiocoop a discutere della propria attività.

Poco più avanti c’è Musicraiser, il progetto di crowdfunding avviato da Giovanni Gulino dei Marta sui Tubi, dove campeggia uno schermo con la home page del portale con i risultati delle migliori campagne in corso.

 

Proseguendo ci sono una serie di radio locali e nazionali, alcune agenzie di booking, c’è anche un festival coreano di arti contemporanee, un’agenzia di produzione capoverdiana, un’altra francese. C’è lo stand doppio di Deezer, che cerca di contrastare lo strapotere streaming di Spotify, c’è lo studio di avvocati specializzato in diritto d’autore e dello spettacolo, e c’è anche ciò che cercavamo: i rappresentanti della fabbrica di vinili con cui facciamo una lunga chiacchierata per strappare condizioni favorevoli per le nostre uscite dei prossimi mesi, che distribuiremo esclusivamente in digitale e in vinile. Ci confermano un aumento vertiginoso delle ordinazioni rispetto all’anno scorso e questo ci fa pensare che la nostra idea tutto sommato è giusta e che i prezzi potrebbero anche scendere nel breve periodo.

 

Poco più in là, uno accanto all’altro, gli stand di Warner e Universal, che insieme alla Sony rappresentano in Italia le ultime tre major sopravvissute, la “triade” così chiamata. La EMI, per la cronaca, è stata assorbita da poco dalla Universal.

Anche qui troviamo, contro ogni aspettativa, grande disponibilità. Parliamo del nostro progetto, veniamo anche riconosciuti per il lavoro fatto con alcune band in questi anni, e una volta rotto il ghiaccio ci viene chiesto di far sentire qualcosa delle nuove produzioni tramite dei bellissimi auricolari. Mentre scorre la playlist che avevo preparato, apro alcune foto della band che stiamo proponendo, per completare l’ascolto con un’immagine ben chiara del progetto, un aspetto imprescindibile soprattutto a quei livelli.

 

Sia con Warner che con Universal riusciamo a discutere approfonditamente (non esser stati rimbalzati via era già un grande risultato) e otteniamo con i contatti personali e un invito ad aggiornarci prossimamente sui vari progetti, cosa che mai avremmo ottenuto se fossimo andati a Milano all’avventura a cercare audizione. La fiera in questi termini funziona, adesso ne siamo certi.

 

I dibattiti.

Il tema portante e ricorrente di questo Medimex è quello dell’evoluzione del mercato musicale nell’epoca della diffusione esponenziale dello streaming. Con i dovuti distinguo riguardo alla situazione italiana (ben lontana per esempio dalla Svezia nella quale già adesso il 60% del fatturato di una major discografica dipende dagli streaming su Spotify) anche qui ci si interroga su come sta cambiando il mercato e il pubblico.

 

Altri temi caldi sono la semplificazione della normativa del lavoro nello spettacolo e poi l’esportazione di prodotti italiani verso l’estero, con tutte le difficoltà confermate anche da quanto ci aveva detto Stacey di SXSW sulla percezione del nostro mercato all’estero.

 

Ai vari dibattiti intervengono i presidenti delle major label, rappresentanti di piattaforme come Spotify o Amazon, giornalisti di Repubblica, XL, Rolling Stone e altri, manager e organizzatori (gli stessi dei face-to-face) e infine artisti.

Niente di troppo emozionante o innovativo all’incontro con Piero Pelù o Emis Killa, il più semplice e onesto probabilmente è stato  Francesco De Gregori nel suo incontro coi ragazzi delle scuole riguardo al lavoro del musicista e tutte le figure operative di questo mondo.

 

Il più grottesco e in qualche modo divertente è il dibattito sulla figura contemporanea e molto pompata del DJ/EDM, con riferimento ai vari Tiësto, Steve Aoki e compagnia bella, in particolare riguardo al fatto che sono degli show in cui non c’è praticamente più nulla di suonato dal vivo. L’onnipresente presidente di Universal prende la parola e sentenzia: ormai anche nel pop-rock il 95% del live è finto, è fatto con basi. Nella mia testa scorrono le immagini dei concerti dei Tame Impala, degli Arcade Fire, di live elettronici come quelli dei Fuck Buttons o di Jon Hopkins e penso che, sì, Stacey ha ragione, siamo proprio un mondo a parte e isolato, se anche il presidente di una major non ha un’idea molto chiara di quello che succede nel mondo e non proprio all’interno di una nicchia alternativa.

 

In un altro dibattito moderato da un giornalista di Repubblica lo ritroviamo, il presidente di Universal, insieme a quelli di Warner e Sony, a discutere il presente e il futuro della discografia major. Ci assicurano che l’unica direzione possibile è “registrare buona musica“, fanno pochi o nulli riferimenti rispetto alla loro attività legata ai talent show e ci dicono che odiano i loro colleghi svedesi o olandesi che ormai incassano quasi tutto con lo streaming e si divertono a fare playilist su Spotify mentre per loro è un Vietnam quotidiano.

 

Il mentoring.

Tra gli ultimi impegni fissati col nostro account-operatore c’è un mentoring, una tavola rotonda organizzata dal Forum internazionale dei manager della musica, l’IMMF. I temi di questo tavolo sono: i flussi alternativi di introito per l’artista e le potenzialità di sviluppo internazionale della sua carriera.

 

A gestire il tavolo alcuni manager dal Belgio, Canada e Germania. La discussione è piuttosto utile soprattutto per il fatto che si ha la sensazione di poter fare rete, anche entrando e contribuendo al lavoro dell’IMMF per la condivisione di informazioni e agevolazioni a livello internazionale, nonché il fatto di instaurare rapporti diretti con colleghi di un po’ tutto il mondo e con esigenze tutto sommato molto simili. Un modo di sentirsi meno isolati insomma e stabilire potenzialità estere per i propri artisti, soprattutto quelli più snelli da muovere e con un progetto più internazionale.

 

Gli showcase.

Il punto debole di questo Medimex: i concerti, le performance artistiche. Che poi in realtà è l’obiettivo di tutta questa macchina: sviluppare progetti artistici di qualità ed evidenziare le potenzialità internazionali di cui parlavamo prima. Al “Salone dell’innovazione musicale” – un’altra delle definizioni di questo expo ben leggibili sui pannelli esposti – nessuna vera novità artistica, band più o meno emergenti e comunque abbastanza appiattite su soluzioni che all’estero sono già vecchie di qualche anno.

 

Uno showcase inaugurale di Birdy, un concerto dignitoso di Imany, la consegna delle Targhe Tenco al Teatro Petruzzelli coi soliti noti di casa nostra e poco più: sicuramente il punto da sviluppare di gran lunga meglio nelle prossime edizioni visti gli investimenti ingenti (in molti casi esagerati), i palchi enormi, le luci di ultima generazione, a cui non corrispondono performance artistiche che lasciano il segno o che quanto meno non sono all’altezza dello scambio di informazioni e contatti avvenuti in questi tre giorni al Medimex.

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