Peak & Weak

Tra giorni di abbandono e giorni irrecuperabili: The Pains Of Being Pure At Heart Vs Pixies

di Valerio Restivo 15 maggio 2014Commenti

PEAK
THE PAINS OF BEING PURE AT EARTH – DAYS OF ABANDONpains-of-being-pure-at-heart
YEBO

Tre sono gli anni di silenzio passati dall’ultima volta in cui si è sentito parlare dei The Pains Of Being Pure At Heart e si è temuto il peggio se si considera anche che nella official page di facebook, Kip Berman, mente principale della band indie pop newyorkese figura come unico componente. Ma cosa è successo? In realtà niente di rivoluzionario, solo un paio di innesti per il nuovo Days Of Abandon; oggi, oltre ai “vecchi” Alex Naidus e Kurt Feldman, il gruppo si avvale della preziosissima collaborazione di Kelly Pratt ai fiati (Beirut e Arcade Fire) e della vocalist Jen Goman (A Sunny Day In Glasgow ) che sostituisce abilmente Peggy Wang uscita di scena per occuparsi più da vicino del social magazine BuzzFeed; sebbene non fosse per niente facile trovare un ‘abile sostituta di quest’ultima, la simbiosi che riescono a creare Jen Goman e Kip Berman risulta autenticamente genuina.
Totalmente fuorviante l’inizio del disco segnato da Art Smock, brano languido, lento, quasi folk, una di quelle canzoni che colpisce dritto al cuore ma che non rivela la vera anima dell’album. Sicuramente, se da un lato è vero che rimane poco del noise del disco d’esordio e del fuzz di Belong, dall’altro è anche certo che l’essenza dei TPOBPAH rimane sempre la stessa. Senza grandi salti mortali, torna l’indie pop candido del primo long playing forse un po’ meno carico di intensità ma fatto di testi ultra personali, di particolari giri di chitarra, e di quei ritornelli che poi non puoi fare a meno di canticchiare.
Il titolo del primo singolo, Simple And Sure, lo spiega bene, con questo disco, la band ha voluto costruire qualcosa di genuino, di estremamente semplice, una scelta, quella di non complicare le cose, volta a evitare ciò che molti altri gruppi non riescono a fare ovvero dare un degno seguito a un esordio fragoroso, e chissà se il passaggio da un’etichetta come la Slumberland a un’altra molto più piccola e modesta come la Yebo non possa che esserne una piccola testimonianza.
Attenzione però a non confondere la meno incisività e la semplicità del disco con una questione di negligenza: in alcuni brani, come Kelly, la direzione vocale, affidata a Jen Goma, luccica come il migliore dei diamanti. Nei sei minuti di Beautiful You, che permetteno al gruppo di dare più spazio alla strumentazione, vengono sfoggiati assoli di chitarra di prim’ordine. Per non parlare poi di Coral And Gold, dove il nuovo multistrumentista della band , Kelly Prat, esperto sopratutto di strumenti a fiato, dà un indizio su dove probabilmente verteranno i colpi in futuro.
Dunque, senza il contributo di nomi di particolare spessore musicale, Kip Berman e più in generale tutta la formazione dei TPOBPAH al completo, è tornata a darci una grande prova di personalità. Tanti sono i miglioramenti, tanto nella composizione quanto nella produzione, e non è azzardato pensare a Days Of Abandon come il miglior disco prodotto finora e che il margine di miglioramento possa essere ancora grande.

WEAK
PIXIES – INDIE CINDYPixies-Indie-Cindy-album-front-cover
SELF RELEASED

Da anni ormai si parlava di un loro reale ritorno discografico fin da quando Black Francis e compagni avevano ricominciato a girare il mondo con il nome Pixies, stuzzicando l’appetito dei fans. Prima era arrivato un pezzo solitario, poi tre ep digitali e, ora, finalmente, siamo alla prova del nove, quella dell’album di inediti , il primo senza la presenza fondamentale della bassista Kim Deal, sostituita ora da Paz Lenchantin, altra vecchia conoscenza della scena alternative americana (A Perfect Circle, Zwan).
Probabilmente, ancora prima di leggere queste parole, vi sarete fatti un’idea da soli di cosa possa regalare Indie Cindy, così come è possibile che, dopo qualche ascolto attento, siate rimasti delusi da un disco che fallisce il suo scopo. Se l’album è il tentativo di legittimare una reunion che, ormai, ha davvero detto tutto il possibile e anche di più, forse sarebbe stato meglio – come spesso succede in casi analoghi – se la discografia si fosse interrotta molto prima.
Niente contro i Pixies del 2014 che, dal vivo, probabilmente, faranno ancora la loro gran bella figura, ma francamente tra i dodici pezzi in scaletta gli unici a esaltare e a reggere il confronto sono What Goes Boom, Magdalena 318, la title track e Blue Eyed Hexe. Non che il resto sia brutto, ma per apprezzarlo davvero toccherebbe scordarsi il nome scritto in copertina, ovvero quello di una band leggendaria che ha consegnato alla storia almeno due capolavori come Surfer Rosa e Doolittle e, più in generale, non ha mai sbagliato un colpo in carriera.
Indie Cindy, insomma non è altro che uno specchio dove i 12 brani che si susseguono all’interno costituiscono un riflesso di un passato tanto glorioso, quanto ormai irrecuperabile. Difficile non vedere questo ritorno come qualcosa di meramente opportunistico e strettamente legato a un bisogno di fare soldi.

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