Attack/Release

Grande, nero e rotondo (seconda parte)

di Daniel Pernas 5 novembre 2013Commenti

Nella precedente puntata avevamo parlato del vinile e di come la testina e la puntina sono le addette all’interpretazione dell’informazione registrata nei solchi di un LP. Dicevamo che i solchi a loro volta contengono la informazione in analogico, che il braccio del giradischi fa sì che la puntina segua il solco e che il movimento della stessa viene trasformato in voltaggio dalla testina, et voilà! Ecco qui il nostro audio!

Nonostante tutto, la storia non finisce qui. La modalità di lettura del disco spesso comporta che il braccio del giradischi, avvicinandosi progressivamente al centro del vinile durante la riproduzione, cambi il suo angolo, e di conseguenza l’angolo che assume la puntina sul solco, cosa che provocherà un errore di lettura chiamato errore tangenziale, che si traduce in un suono più distorto. La parte più vicina al centro in un vinile suona peggio.

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Esistono bracci che si muovono tangenzialmente sul piatto, evitando il suddetto errore nella lettura e imitando la direzione seguita nell’incisione del disco, ma hanno un prezzo più elevato dei bracci standard.

E in quanto alla velocità di riproduzione… che differenza c’è tra 45 giri e 33 giri? Semplice, a 45 giri la qualità audio è migliore. La puntina percorre una porzione più grande di solco in un secondo e di conseguenza può leggere più informazione, il suono migliora, e persino la distorsione che si crea quando ci muoviamo “all’interno” del vinile è migliore. D’altra parte, andando a maggior velocità, lo spazio per l’informazione è inferiore, e per un LP spesso saremo costretti ad incidere l’informazione su due vinili. Tutto ciò fa aumentare il prezzo ma comporta anche un vantaggio, dal momento che avendo a disposizione quattro facciate invece di due, non siamo obbligati ad inserire tanta informazione nella parte interna del disco.

Inoltre un disco, oltre a poter essere registrato a varie velocità, possiede una grammatura. Molti di voi avranno visto dischi da 100, 150, 180 o 200 grammi. A parte la ovvia considerazione che alcuni sono più spessi e altri meno, c’è una ragione e una relazione diretta con la qualità. La profondità del solco ha una relazione con l’ampiezza dell’onda rappresentata, pertanto a maggior profondità del solco, miglior qualità. Questo spiega perché i vinili con una maggior grammatura (180 grammi o più) riproducono meglio le frequenza gravi e possiedono più dinamica e profondità dal momento che si è potuto registrarli meglio incidendo solchi più profondi.

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E’ questa la tendenza verso la quale sono orientate le nuove edizioni di lusso, o riedizioni di LP. Una maggior grammatura, e in genere a 45 giri. Nonostante tutto, un fattore chiave nel suono finale rimane il mastering (con un processo totalmente diverso in un LP rispetto al CD) e la pressatura del disco. Può anche succedere che riedizioni di (teoricamente) maggior “qualità”, con maggior grammatura e rimasterizzate, suonino peggio dell’originale.

Nel mastering dei vinili si deve considerare che il supporto stesso è più sensibile e debole di altri formati. Nel rispettivo processo bisogna prestare attenzione ai segnali di bassa frequenza fuori fase e alla profondità del solco da incidere, tra le altre cose.

In fin dei conti ci sono due problemi principali: il rumore di superficie o granulare (un rumore di alta frequenza dovuto al processo di manifattura e al materiale utilizzato per la stessa) e la sovra-modulazione (un solco troppo profondo rispetto alla grammatura utilizzata farà sì che si trovi troppo vicino all’altra facciata, o troppo vicino al solco successivo). Per risolvere questo genere di problemi si utilizza una curva di equalizzazione chiamata RIAA Standard, che incrementa le alte frequenze e attenua le basse in fase di registrazione, mentre è applicata in maniera esattamente inversa nel momento della riproduzione.

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In ogni caso ciò che è davvero importante è come si “incide” il solco (se più o meno profondo), con le conseguenze che sappiamo. L’ingegnere deciderà una profondità fissa per l’incisione, a meno che non utilizzi il chiamato Variable Pitch Cutting, in cui la profondità del solco andrà cambiando a misura che lo richieda la ampiezza dell’onda in ogni momento.

Un altro processo di mastering utilizzato in certi dischi è il chiamato Half Speed Master, in cui la fonte sonora da registrare viene riprodotta alla metà della velocità, e anche l’incisione viene effettuata alla metà della velocità di riproduzione. In questo modo la testina di incisione ha a disposizione il doppio del tempo per incidere il solco, ottenendo più precisione nel processo. Al momento della riproduzione dell’audio tutto suonerà alla velocità prevista, però sarà stato registrato con una miglior qualità.

Detto ciò, quando leggiamo che un disco è stato rieditato e rimasterizzato, bisogna stare attenti a quale tipo di mastering è stato applicato. E non illudiamoci, molte volte la rimasterizzazione, soprattutto di vecchi dischi, pecca in eccessiva compressione e aumento del volume del segnale affinché tutto suoni più potente, non sempre con risultati soddisfacenti.

D’altra parte, l’ascoltatore deve calibrare correttamente il riproduttore se vuole conseguire risultati ottimali, regolando la posizione del piatto, l’angolo del braccio, quello della puntina, la forza di appoggio di quest’ultima o l’anti-skating (che compensa la forza laterale subita dal braccio del giradischi).

Arrivati a questo punto, in cui abbiamo una visione abbastanza chiara del funzionamento del vinile e dei processi per ottenere un audio di qualità, molti di voi penseranno che tutto è più facile per l’utente nell’audio digitale, e forse avete ragione. La scelta della testina e della puntina, il progressivo logoramento di quest’ultima e dello stesso vinile, la distorsione prodotta dalla lettura del braccio, la vita utile e la fragilità del supporto e la corretta calibrazione del piatto e del braccio…sembrano tutti aspetti negativi. Non pensate che gli appassionati del vinile non li conoscano, li conoscono eccome, ma il risultato finale li ricompensa ampiamente.

Perché oltre ad un audio di qualità analogica, di un suono da molti descritto come più “caldo” o “profondo”, c’è il romanticismo e l’attrattiva del formato e di un artwork di grandi dimensioni, il rito e l’attenzione che richiedono le cose che hanno davvero un valore.

Se me lo chiedessero, parteggio chiaramente per il vinile, senza il minimo dubbio. In realtà, appena finite queste righe, andrò dritto verso il giradischi a mettere “Spin the black circle” dei Pearl Jam. Sinceramente non mi viene in mente un pezzo più appropriato.

Daniel Pernas è un ingegnere del suono formatosi sia in studio (forma parte dello staff de LaMasiaMusicLab) che dal vivo, ambito nel quale ha lavorato in club e festival spagnoli e francesi come tecnico di palco del gruppo pop-elettronico Dorian. A questo aggiunge la docenza nel campo dell’ingegneria del suono: è infatti professore al SAE Institute di Barcellona.

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