Il Grande Vetro

Vite in transito. Adrian Paci al PAC di Milano

di Davide W. Pairone 29 ottobre 2013Commenti

Era prevedibile: l’onda dell’indignazione, della retorica e del buonismo che ha seguito i naufragi di Lampedusa si è dimostrata breve come l’ultimo temporale dell’estate. L’opinione pubblica, questo mostro della modernità, è volubile e facilmente si distrae attratta da nuove breaking news. La retrospettiva dell’artista italo-albanese Adrian Paci allestita al Pac di Milano è invece l’occasione per sedimentare riflessioni di lunga durata sui temi dell’immigrazione, dell’origine e del destino dei popoli, dell’identità culturale come frammento e prisma nell’epoca della globalizzazione.

Una mostra intitolata Vite in transito e dedicata alla carriera di un artista che ha basato la propria poetica sulla fragilità della condizione di esule vissuta in prima persona rischia di scivolare nel didascalico e nella rappresentazione oleografica di un tema facilmente banalizzabile. Ma Paci dimostra di essere un fuoriclasse e di meritare il successo commerciale e i riconoscimenti internazionali che ha accumulato negli ultimi anni; non a caso l’evento fa parte di un progetto più ampio e circuiterà nei musei di Montreal, Goteborg e Trondheim. Il percorso si apre con alcuni recenti cicli pittorici ispirati alle pellicole di Pasolini, vero e proprio nume tutelari dell’artista, che mettono in chiaro da subito l’orizzonte entro cui si situano le riflessioni e le opere di Paci: nessuna piega documentaristica ma una stilizzazione che dal particolare, dall’urgenza del singolo fenomeno percepito, proietta l’opera su di un livello più ampio e universale. Se per Pasolini la memoria, il rito e le radici diventano motore di riflessioni antropologiche assolute, per Paci la scissione fra identità culturale ed esistenza individuale offre il pretesto per parlare dell’arte in generale e della condizione schizofrenica dell’uomo contemporaneo. I frames cinematografici in forma di dipinti dunque, sebbene tecnicamente imperfetti, rendono possibile la decodifica del restante percorso espositivo costituito da video e installazioni multimediali, solitamente media ostici per il grande pubblico ma capaci qui di incantare il visitatore per l’immediatezza e la semplicità, per il felice connubio fra impianto formale e tematiche trattate. Tre video, risalenti ai primissimi anni di attività dell’artista, riflettono sul fare artistico e sul ruolo della poesia nel mondo sociale contemporaneo attraverso motivi autobiografici: l’interrogatorio di Paci presso la questura di Milano è allo stesso tempo una commedia degli equivoci e una amara riflessione sul pregiudizio e sull’ottusità delle istituzioni di fronte a ciò che non comprendono, a unire idealmente le traiettorie di un artista contemporaneo e di un immigrato che faticano a trovare posto nel mondo. Il racconto intimo e domestico, fra memoria e invenzione, che la piccola figlia di Paci imbastisce sulle proprie origini trascende facilmente dall’hic et nunc per assumere una portata ancestrale e rivelare i meccanismi universali della narrazione. La storia di un pittore albanese che, per sbarcare il lunario, presta il suo talento per ritratti su commissione e per falsificare documenti è altrettanto eloquente nell’unire la semplicità della messinscena alla complessità di un metadiscorso che riguarda direttamente il sistema dell’arte e i suoi protagonisti patinati e glamour.

La seconda sala è dedicata ai piccoli gesti e alle ritualità, all’incontro e alla perdita: il video The Encounter, realizzato nel 2011 sul sagrato della chiesa di S. Bartolomeo a Scicli, è incentrato sulla semplicità di una stretta di mano, in una processione laica che coinvolge l’artista stesso e centinaia di cittadini nella ripetizione rituale di un gesto quotidiano che diventa simbolo e nucleo base di una comunità. Al contrario l’installazione The Last Gestures mette in scena la separazione, la lacerazione fra origine e futuro attraverso frammenti rallentati della preparazione ad un matrimonio albanese. Fra questi due poli, incontro sociale e perdita/persistenza della memoria, si situa la poetica di Paci nel suo nucleo più autentico e fecondo, nel suo oscillare fra l’arte come curiosità etnica ed esotica per borghesi annoiati e radicale messa in discussione dei ruoli e delle strutture culturali attraverso cui l’arte stessa si propaga e raggiunge affermazione e notorietà. Questi temi convergono nel simbolo universale dell’arte classica occidentale, la Colonna che da il titolo al più recente e ambizioso progetto di Paci, fulcro della mostra e sintesi dell’intero mondo poetico dell’artista. Il video segue l’opera di estrazione, lavorazione e trasporto di un blocco di marmo da una cava cinese ad opera di operai locali, chiamati a realizzare una forma a loro estranea se non del tutto aliena. Le riprese indugiano sulla manualità del lavoro, sulla perizia tecnica e sull’etica di un’abnegazione senza tempo né luogo, sui volti ancestrali di uomini completamente dediti ad un fare assoluto del quale non conoscono scopo, significato, destinazione. Tutto si svolge su di un cargo che naviga in mare aperto, un non-luogo precario e instabile che, a dispetto di una fisicità fatta di polvere, metallo e marmo, evoca l’alienazione astratta del mondo digitale su cui solcano quotidianamente le informazioni frammentarie dei nostri tempi. La monumentale colonna, frutto del lavoro documentato in video, è lì, adagiata su di un fianco al centro della mostra, come un Leviatano culturale e come residuo di una classicità filtrata dai secoli e ormai inattuale, inautentica, spettro del passato che proietta nulla più che una corta e flebile ombra sul nostro futuro. Vestigia di tempi remoti e allo stesso tempo simulacro ontologicamente fake, sembra porre un enigmatico compito all’uomo contemporaneo e globalizzato che, si spera, possa raccogliere le sfide di una civilizzazione utopica fatta di memoria e prospettiva, visionarietà e radici.

 

ADRIAN PACI
Vite in transito
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano
5 ottobre 2013 – 6 gennaio 2014

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