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Wenders fatto a pezzi per voi

di Rubina Mendola 3 dicembre 2013Commenti

IL CIELO SOPRA BERLINO

(W. Wenders, Der himmel über Berlin, 1987)

Per un buon film,

c’è bisogno di una buona sceneggiatura,

una buona sceneggiatura

 e una buona sceneggiatura.

(H. Hawks)

Che cosa può esserci di più ridicolo che farsi venire l’idea bislacca di affidare il ruolo di un angelo in pensione al Tenente Colombo? Facile: improvvisarsi poeti e filosofi quando non lo si è affatto. Troppo cattivo cinema (mi riferisco a quello più pretenzioso, si capisce) ci ha abituati a credere che sia sufficiente ‘poetare’, magari con la complicità di una fotografia ruffiana, per fregiarsi di autorialità. Il cinema però non ha bisogno di poeti, ma di registi. Questo mio assunto, evidentemente, lo ritengono falso sia Wim Wenders sia il pubblico che si è esaltato per Der himmel über Berlin. Questo lavoro vorrebbe essere l’ennesima voce colta nel già denso immaginario culturale di stampo angeleologico. Però, io penso, di angeli ne abbiamo fin sopra i capelli. Vengono in mente alcuni esempi illustri, che vanno dalla tradizione letteraria a quella artistica e filosofica:  L’angelo alla finestra d’occidente di Meyrink, l’ Angelo della morte di Klee, L’Angelo della storia di Benjamin. Wenders ha pensato bene di dire la sua con un racconto strampalato a tema angeli kitsch, berlinesi e quarantenni con codino, semi-riporto e pancetta. Nella prima metà degli anni ottanta gli viene l’infausta idea, durante un soggiorno a Los Angeles (la città degli angeli: una jungiana coincidenza significativa?) mentre stava lavorando alle riprese di Paris Texas, un film dedicato alla solitudine e all’ incomunicabilità uomo-donna:  tematica che ritorna, più pomposa che mai, anche ne Il cielo sopra Berlino, progetto ambizioso, che mostra un Wenders intento a proporsi come un tormentato studioso di filosofia a indirizzo teleologico. Il regista pare abbia preso alla lettera un pensiero di  Shaw, per cui in paradiso un angelo non è niente di particolare: perché allora non dirottarli a Berlino?

Damiel e Cassiel (due angeli) vagano per Berlino invisibili agli occhi degli abitanti: osservano, ascoltano e partecipano emotivamente a ciò che vedono…

Wenders gira un film in salsa new age (spacciandola per metafisica alta) tra poeticheserie e filosofaggini caserecce, un diletto ideale per lettrici di Lyala  (tra le molte memorabili: Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia? – oppure –  Solitudine significa: “Finalmente sono tutto”). Così, quando il confine tra sublime e ridicolo è esile (perché la sceneggiatura è vuota di idee forti) la storia di un angelo che rinuncia alla sua immortalità per camminare in mezzo ai sapiens diventa una faccenda scontata e noiosetta.  Posticciamente tetro e sistematicamente svenevole, il film è visivamente “suggestivo” ma del tutto velleitario nei contenuti.  Volendo essere generosi,  se preso come un lungo videoclip per cinefili (termine che io intendo come insulto riferito a coloro che di cinema non capiscono nulla ma si autoconvincono di intendersene) il film può anche funzionare, ma solo presso un pubblico poco esigente e sensibile ai feticci della tradizione popolar-religiosa (gli angeli, appunto). L’uso del bianco e nero in caduta libera (alternato a momenti di filtri seppia) è laccato e didascalico, e l’idea di un’umanità derelitta (quella della Berlino pre-caduta del muro) spiata da angeli guardoni, è un’ istanza metafisica non alla portata di Wenders che, non se la prenda a male, è tutto fuorchè un intellettuale. Gli angeli rappresentano la coscienza ferita di una Berlino sospesa nel vuoto e astenica: la città di Wenders si interroga sul proprio futuro con uno sguardo troppo infantile per strutturare una riflessione che vada in profondità; intendendo invece quest’occhio fanciullesco come un punto di vista privilegiato e preferenziale in virtù di una imprecisata “forza magica”. E guarda al passato senza alcuna, vera, coscienza storica. Nella sceneggiatura (scritta con Handke e ispirata ai versi di Rilke) dialoghi e monologhi si intrecciano con un lirismo stucchevole: il risultato dovrebbe essere  una specie di ultimo atto d’amore per una città abbandonata da Dio ma, si badi bene, non dagli angeli. «Ogni angelo è terribile», scrive Rilke, e «lo stupore – dice l’angelo Damiel – è quello che rende uomini».  Peccato però che il thauma aristotelico (che certamente Rilke conosceva) sia una questione da affrontare con uno occhio più malizioso e meno banale di così. Wenders pensa di azzerare la distanza tra un modesto prodotto cinematografico e  l’analisi colta d’essai con un prestigioso colpo di mano che oscilla tra tensioni fotografiche visionarie e didascaliche mosse aforistiche di ascendenza poetica. L’errore essenziale del film probabilmente risiede nella sceneggiatura semi-latitante, portata avanti con fiacchezza e, in alcuni punti, prolissa senza necessità.

Voto: 5 e 1/2

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